Pubblicato il 21 Marzo 2020Ultimo Aggiornamento: 30 Agosto 2021

Il titolo originale di questo post doveva essere un altro, e cioè “Covid19: abbiamo davvero bisogno di un altro grafico a tema Coronavirus?“. Poi però ci abbiamo riflettuto sopra e, in questo periodo già così saturo di domande, aggiungerne un’altra – per quanto retorica – non ci sembrava il caso. Non solo: vale, per gli articoli, la stessa regola che vale per i grafici. Vale a dire, non si dovrebbe mai lasciare all’interlocutore la possibilità di interpretare liberamente e come meglio preferisce il messaggio che stiamo tentando di dare. La presunta neutralità dei titoli ha già fatto parecchi danni al giornalismo nostrano e rischia di fare altrettanto alla branca della Data Visualization.

Non elaborare un altro grafico è questione di responsabilità sociale?

Abbiamo quindi deciso di prendere la situazione di petto, non lasciare adito a dubbi e dirlo fin da subito a chiare lettere: no, non servono ulteriori grafici che mostrino l’avanzata del Coronavirus nel mondo. Lo diciamo fermamente e con convinzione, dopo alcune riflessioni interne nate da un istinto che è stato anche il nostro. Nei giorni scorsi, quando ancora i nostri uffici erano aperti, non lavoravamo in smart working e avevamo la possibilità di fare brain storming in pausa caffè (ma quanto ci mancano quelle small talk tra colleghi? E chi l’avrebbe mai detto), abbiamo commentato insieme la quantità di pessimi grafici che stavano girando sui numeri del nuovo cornavirus e buttato lì la proposta di farne uno noi. Sono bastati un paio di giorni di riflessione, di pro e contro messi sulla bilancia, di confronti delle reciproche opinioni per capire che non era il caso. Anzi, avremmo proprio dovuto evitare. I motivi sono molteplici – e vale la pena di esaminarli insieme – ma, di fondo, hanno tutti una matrice comune: la responsabilità etica e sociale che ognuno di noi, come cittadino prima e come informatore poi (perché chiunque visualizza è a tutti gli effetti una persona che fa informazione), è chiamato a dimostrare in questo momento così delicato.

1. I numeri sono tantissimi – e però sono sbagliati

Il primo problema per chiunque voglia visualizzare i trend del coronavirus ha a che fare con la materia prima di qualunque grafico: i numeri. Sul web spopolano banche dati messe a disposizione da svariate fonti (a questo link GitHub, per esempio, trovate quelli regione per regione, aggiornati a cadenza giornaliera) eppure sono, per essa stessa natura, imprecise. Il problema che in questi giorni riceve una crescente attenzione è strettamente connesso alle difficoltà a cui sta andando incontro il nostro Sistema Sanitario: uno su tutti, la scarsità dei tamponi che ha fatto sì che ogni regione si regolasse in maniera differente rispetto ai criteri per eseguire gli stessi. Una cosa è certa: non tutti i contagiati vengono effettivamente dichiarati tali, vuoi perché sono asintomatici, vuoi perché hanno sintomi troppo blandi per essere sottoposti a tampone. Questo significa non soltanto che i numeri sono sottostimati, ma anche che non è possibile prevedere di quanto (anche perché in Italia non si effettuano tamponi a campione) e che, soprattutto, i criteri con cui questi dati vengono prodotti cambiano da regione a regione. Discorso analogo vale, ovviamente e ancor di più, per i confronti tra nazioni.

https://tabsoft.co/3diWegc
La mappa mostra i numeri dei contagi: ma in ogni paese vengono conteggiati in maniera diversa.

Con una base dati così poco solida, c’è da chiedersi quanto realmente informativo possa essere la Data Visualization che su questi numeri viene costruita. Il ché ci porta dritti al punto due.

2. Stai davvero dicendo qualcosa di nuovo?

C’è un effetto saturazione, in questi giorni, che comincia a diventare preoccupante per la salute mentale di ognuno di noi: ogni ora, su ogni canale, c’è un Tg, uno speciale, un approfondimento, un talk in cui si parla di Coronavirus. Le pubblicità progresso, tra personaggi noti che invitano a rimanere a casa e decaloghi da seguire per limitare il contagio, sono ormai ovunque. Le telefonate ad amici e parenti sono monotematiche e persino gli psicologi cominciano a consigliare di non guardare più di un Tg al giorno. Di fronte a questa sovrabbondanza informativa, c’è da chiedersi cosa ciascuno di noi possa davvero apportare di nuovo: il nostro grafico sta tirando fuori un aspetto a cui nessuno, finora, ha fatto caso? Sta evidenziando qualcosa che è passato inosservato? Può aiutare a comunicare meglio di quanto altre Data Viz non siano riuscite a fare? Può smuovere coscienze e incentivare all’azione positiva? Se la risposta ad almeno una di queste tre domande è sì, allora forse si può riflettere sull’opportunità concreta di dare vita a una nuova visualizzazione (e comunque non è detto che alla fine si debba per forza optare per farlo). In caso contrario, la nostra rischia di essere solo l’ennesima goccia nel mare, volta a suscitare più caos informativo (che è precursore del panico) di quanto non aiuti. L’analogia con il giornalismo si impone di nuovo: la notizia che stiamo mettendo in circolo è davvero una notizia?

https://www.kff.org/global-health-policy/fact-sheet/coronavirus-tracker/
Quanto racconta di nuovo una mappa del genere?

3. Visualizzare i dati significa conoscerli bene: hai un infettivologo per amico?

Chiunque visualizzi per professione sa bene che per tirare fuori un grafico non basta avere un data set a disposizione: serve per lo meno avere una certa dimestichezza con l’argomento di cui parlano. Non esiste (lo dicevamo all’inizio) una visualizzazione neutra, né avrebbe senso di esistere: per comunicare qualcosa, per dire qualcosa, bisogna trovare la storia dietro i dati, scovare la narrazione che c’è dietro. È per questo che si chiama Data Storytelling. Questo significa, però, che è fondamentale saper maneggiare correttamente quei numeri: essere certi al 100% di cosa significhino, capire quali parametri sono significativi, quali sono secondari. A meno di essere un medico – e nello specifico un virologo, un infettivologo o un epidemiologo – maneggiare dati di questo tipo potrebbe non essere esattamente una buona idea. E se la differenza tra le tre professionalità non vi è molto chiara, allora non ci sono dubbi: è meglio lasciar fare a chi sa davvero ciò di cui sta parlando. Che cos’è che conta davvero: il tasso di riproduzione dell’infezione (il famoso R0) o il tasso di mortalità? Quanto è importante il tasso di ricoveri? Quali sistemi sanitari possono reggere un dato numero di contagi e quali collassano molto prima? Le domande sono tante e se non siamo certi di possedere le risposte, è nostro dovere fare un passo indietro.

4. Scegliere le giuste metriche non è mai stato così difficile

Abbiamo parlato di conoscenze in ambito medico-sanitario ma, a ben vedere, i dubbi non finiscono qui: già nel porre il problema su come, di fronte ad un identico numero di contagi, due nazioni possano trovarsi in situazioni di difficoltà diverse a seconda della capacità di tenuta del sistema sanitario, è chiaro che ad entrare in gioco sono anche altre questioni, tanto per cominciare di natura socio-politica. E poi ancora: il sistema sanitario è nazionale? È mutualistico? O invece si basa sulle assicurazioni private? Sono obbligatorie o volontarie? In che modo tutto questo influisce sulla capacità di affrontare l’emergenza?
Facciamo un ulteriore passo: è meglio tenere in considerazione i numeri assoluti dei contagi o i numeri relativi? E, nel caso, su cosa dovremmo relativizzarli? Sul numero della popolazione? Per regione o per provincia? O forse sarebbe meglio relativizzarli sul numero di posti letto in ospedale? Magari, invece, è più opportuno prendere in considerazione i posti disponibili in terapia intensiva. O quelli disponibili tra intensiva e sub-intensiva. Probabilmente dovremmo relativizzare sui tamponi eseguiti: ma quali erano, per ogni singola regione, i criteri? Ne parlavamo al punto uno…
Se avete risposte certe, allora accomodatevi: banche dati alla mano, aprite pure il vostro strumento di Data Visualization preferito e create. Se avete risposte certe, dicevamo.

5. Le previsioni per il Coronavirus sono come le previsioni del tempo (e sappiamo tutte quanto siano attendibili)

Qualche giorno fa Pierluigi Lopalco, epidemiologo e Professore di Igiene all’Università di Pisa, ha scritto un tweet che è stato ripreso da diverse testate giornalistiche e che ha generato una discreta attenzione per la diretta brutalità della metafora utilizzata.

Prevedere come si evolverà la situazione – su questo concordano tanti esperti – è una sfida che rasenta l’impossibilità. Ci sono modelli, ci sono ipotesi di scenario, ci sono alcune idee in merito: ma si tratta di teorie, di probabilità, tutte sottoposte a troppe variabili e troppe incognite per poter essere sostenute con certezza granitica. Eppure, mentre i più illustri scienziati del mondo passano questi giorni a studiare il virus e ammettono umilmente di non avere risposte sicure da dare, sul web spopolano grafici che ipotizzano l’andamento delle curve “se seguiremo questo provvedimento” o “se non prenderemo quell’altro“. Siamo, di nuovo, di fronte ad una questione di professionalità, di onesta intellettuale, di correttezza: tutti temi che, mai come in questo momento, acquistano una nuova importanza.

Generare panico è più semplice che generare sicurezza: noi da che parte stare lo abbiamo scelto. E tu?

Gli attacchi di panico – lo abbiamo visto tutti – sono stati uno dei leitmotiv di questa pandemia, fin dal giorno uno: le aggressioni razziste ai cittadini cinesi, gli assalti ai supermercati, le fughe incontrollate dalla Lombardia verso le regioni del sud. Tutti atteggiamenti che, nella maggior parte dei casi, non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, mettendo in pericolo la salute e l’incolumità di migliaia di persone. Complici, in questo scenario così difficile, scelte strategiche di comunicazione probabilmente sbagliate da parte del Governo, ma anche l’attività dei media. Usiamo consapevolmente la parola media e non l’espressione, più abusata, “mass media”: non sono stati solo tv, giornali e radio a giocare un ruolo cruciale nella diffusione di un senso diffuso e incontrollato senso di allarme, ma anche e soprattuto i nuovi media, quelli social. E no, non soltanto le pagine di testate online o di personaggi famosi, ma anche i singoli account dei singoli cittadini. Dal gruppo di quartiere al profilo della vicina di casa, ovunque è stato un boom di condivisioni di notizie più o meno verificate, tutte dai toni preoccupanti, in un crescendo di ansia e preoccupazione.

In questo scenario fatto di dubbi, paure, incertezze e timori – tutti umanamente comprensibili – noi abbiamo fatto la nostra scelta e deciso da che parte volevamo stare. Di sicuro, non dal lato di chi continua a mettere online informazioni tutte uguali, che non aggiungono nulla, che continuano a dipingere un quadro a tinte sempre più fosche e che generano quel caos informativo di cui accennavamo sopra, ambiente di coltura perfetto – questo sì – per il virus del panico irrazionale. Nel nostro ruolo di visualizzatori dati, di informatori nostro malgrado, abbiamo deciso di agire in accordo ad un principio di responsabilità etica e sociale, proprio come dicevamo all’inizio.

https://bit.ly/3biXXQP
La Protezione Civile ha fatto una scelta estremamente etica nel visualizzare i numeri del Coronavirus in Italia: non la curva dei casi totali, ma quella degli attualmente positivi – perché sono quelli che realmente impattano sulla capacità di tenuta del Sistema Sanitari – affiancata dalle due curve sui guariti e sui deceduti. Anche la scelta cromatica mostra moderazione: non optano per il rosso dai toni allarmistici, ma per un più tenue arancione. I morti sono invece indicati in grigio, per smorzare l’impatto emotivo.

Non possiamo, purtroppo, generare sicurezza: non siamo nella posizione di rassicurare nessuno perché, come tutti, in questo momento diventiamo semplici spettatori, a cui non resta altro che osservare le regole imposte a tutti e sperare per il meglio. Ma evitare di fomentare il panico è già un piccolo passo. Che, unitamente a quello di tanti altri, può diventare qualcosa di più e fermare il contagio dell’irrazionalità. Ci siamo chiesti: abbiamo davvero bisogno di un altro grafico a tema Coronavirus? E ci siamo risposti di no.

 

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Noemi Speciale

Un articolo scritto da Noemi Speciale

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"I don't use pie charts, and I strongly recommend that you abandon them as well. My reason is simple: pie charts communicate information poorly." Stephen Few